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Tolgono i ponteggi e i teli bianchi che hanno circondato la sede della mia facoltà fin dal giorno in cui io ci misi piede per la prima volta, quasi due anni fa, per partecipare all'incontro di presentazione del corso di laurea alle matricole.
Mi stanno spogliando la facoltà.
Sotto è tutto così straordinariamente pulito, monocromatico e ordinato che l'edificio (una specie di monumentone cubico di epoca fascista, tutto rigorosamente ad angoli retti, una cosa decisamente lontana dalla bellezza comunemente intesa) riesce a sembrare quasi gradevole alla vista.
Mi chiedo quanto tempo passerà prima che le scritte a vernice rossa che prima coprivano i teli del cantiere("Il vero terrorismo sono quattro morti al giorno sul lavoro!", "Il Pedro non si tocca", "Meno guerre, più scuole popolari" e così via, quasi ogni giorno compariva qualcosa di nuovo) si trasferiscano direttamente sul muro candido. Mi chiedo quanto passerà prima che quei muri diventino cose da usare più che cose da guardare.
Ma, soprattutto, quando oggi mi è comparso davanti il Liviano scartato e restaurato ho realizzato che da quel primo giorno è passato davvero tanto tempo. Che molto è cambiato, che tante cose sono scivolate e si sono spostate altrove e hanno cambiato faccia, e noi tutti le abbiamo seguite, perchè è così che si deve fare e perchè così funzionano gli esseri umani.
Mi sono ricordata dei pensieri ingenui che avevo in testa in quella specie di primo giorno, in cui ero convinta che di lì a poco tutto sarebbe cambiato e la mia vita avrebbe preso la sua strada definitiva, mentre invece adesso mi rendo conto di quanto poco ci sia di deciso, di quanto spazio ci sia ancora per i margini e per i cambi di strada, per i ripensamenti e gli aggiustamenti e i miglioramenti.
Mi sono resa conto di quanto poco la realtà delle cose somigli alle cose come ce le si aspetta, e di come in fondo ciò sia un bene.
Mi fa impressione questo palazzo lucido e nuovo di zecca, orribile eppure bello, tirato a lucido e in attesa di essere sporcato di scritte, papiri e biciclette.
Il suo cambiamento mi da il senso di tutto quello che è cambiato, del tempo che ci è scorso in mezzo, di questi due anni così "passati".
Vi farò sapere quale sarà la prima scritta che comparirà su quei muri!
Questo post è di fatto un messaggio promozionale, della qual cosa mi scuso fin d'ora con tutti voi.
E’ il messaggio promozionale di una delle tante idee che colpiscono il mio cervello a intervalli più o meno regolari e che poi, faticosamente, mi sforzo di rendere realtà (e che, per completezza lo aggiungo, assai spesso finiscono poi per rivelarsi dei gran buchi nell’acqua).
L’idea in questione mi era venuta in mente qualche tempo fa leggendo un post nel blog di Fughetta (in realtà qualcosa del genere ruzzolava nella mia testa già da un po’, ma fu quel post a farle prendere corpo definitivamente). Si parlava, nel clima post elettorale di quei giorni, di piccole, enormi cose esterne, di quello che io avevo definito poco tempo prima “nient'altro che il mondo” (sorrido pensando a coloro che coglieranno il riferimento dietro questo nome), e a me venne l’idea di aprire un blog collettivo per parlare del mondo e sentirsi meno soli, per raccontare e ricordare e in un modo piccolo piccolo resistere a quello che succedeva fuori.
In cinque minuti avevo fondato un’identità su splinder, aperto il blog e scritto il manifesto programmatico, e avevo la testa piena di idee su come far vivere questa mia idea.
Poi, come sempre capita quando si hanno di queste folgorazioni, la cosa perse interesse, sommersa da migliaia di altre necessità e da tutto il resto della vita. Il blog è rimasto in sordina per settimane, addormentato e disturbato solo dai miei regolari passaggi speranzosi, mentre gli altri redattori che avevo invitato (a onor del vero molto pochi) non si facevano vivi.
Ultimamente, non so per quale strana alchimia, mi sembra che le cose si siano un po’ rimesse in moto, e l’entusiasmo per questa idea è tornato a crescere. Ma, perché le cose si realizzino, c’è bisogno di gente che ci creda.
Per questo ho scritto questo post promozionale, pur sapendo che il mio blog non è proprio frequentato da folle di passanti: abbiamo bisogno di lettori ma soprattutto di scrittori, di persone che abbiano voglia di parlare, di fissare pensieri e credere che la cosa possa servire.
Se qualcuno avesse voglia di salire su questa barchetta, basta che me lo faccia sapere e gli darò le chiavi di casa... ma anche solo se vi limitate ad andare a darci un’occhiata, mi fate piacere uguale. Basta che facciate click qui.
Fine del messaggio promozionale. Ogni commento nel merito è, come al solito, più che desiderato. Scusate il disturbo, amici miei, ma ogni tanto mi piace pensare che dalle cose piccole nascano cose serie, e ogni tanto ho bisogno di credere che non me ne sto con le mani in mano di fronte a quanto sta accadendo, che sono sveglia, viva e in una certa misura ancora almeno un po' idealista. Per questo vi disturbo: perchè ho voglia di credere in questa idea.
P.S. nello slancio ho anche modificato la musica del blog. Spero di essere stata più discreta. Fatemi sapere che ne pensate!
La cosa, mi rendo conto, non è che faccia poi così notizia, dal momento che se siete lettori-locali c’è una buona probabilità che ve ne siate già accorti autonomamente, mentre invece se siete lettori-esteri c’è una buona probabilità che la cosa non sia proprio in cima alla lista dei vostri interessi.
Però, giusto per specificare, c’è un caldo azzazzino. Ecco.
Dato il caldo, nella mattinata di oggi la sottoscritta si è trovata a prendere quattro treni, percorrendo km 94+94 e trovando ricchi spunti per un post (questo). Mentre respiravo sull’ultimo treno (dei quattro, l’unico la cui temperatura interna fosse inferiore ai gradi 35 MA ANCHE superiore ai gradi 18), ho realizzato che non mi sembra di aver fatto altro, nell’ultimo anno, che raggiungere – aspettare - salire - scendere da mezzi di locomozione. Che, detta così, non suona nemmeno male…si leggono anche un sacco di libri, tra un treno e l’altro. Solo che adesso avrei anche un po’ di voglia di smetterla di correre su e giù come una stupida. Fantastico di un prossimo anno in cui io mi colloco in un unico posto attorno a cui tutto il resto, senza fallo, gira in un ordine perfetto, senza che sia necessario che io muova un muscolo, senza un solo biglietto da timbrare. Mistico. Non succederà mai. (anche perché se succedesse sarebbe terribile e cotanto eliocentrismo mi manderebbe in tilt dopo i primi 2 giorni).
In ogni caso, durante quest’anno ho accumulato un notevole sapere trenistico, che ora vi vado benevolmente ad esporre. Come dite? Magari un’altra volta? Com’è che state fuggendo tutti? Bè, ad essere sincera un po’ vi capisco anche…vabbè, qualcuno resta?
...
Mi ricompongo: il mio sapere trenistico, si diceva.
Dunque, in primo luogo dovete sapere che sui treni si incontrano due classi principali di persone:
I CONOSCENTI: in massima parte sono ex compagni di scuola, ex amici ed ex persone note. Non si incontra mai, sul treno, un proprio amico attuale, una persona nota e che attualmente si frequenta, un compagno di scuola con cui si è rimasti in contatto. E’ una legge dimostrata scientificamente. L’incontro con tutti questi ex, come è evidente, può andare bene come può andare male. In fondo, se sono diventati ex un motivo ci sarà pur stato (ma non è detto che fosse per forza un motivo valido). Così può capitare di folgorarsi incontrando l’amico di una vita fa, che ti apre un mondo e ti ricorda in un’ora perché quando avevi 10 anni gli volevi così tanto bene, così come può toccare in sorte l’incontro imbarazzante con la compagna di classe logorroica che ti racconta fatti di dubbio interesse su conoscenze comuni, simulando una confidenza mai esistita.
I conoscenti possono essere una benedizione o una mannaia sul collo. Ci si deve parlare per forza, anche di una cosa qualsiasi, mica li si può ignorare. E’ sui treni, o in alternativa durante viaggi in macchina, tragitti in traghetto / corriera / mongolfiera / funivia, che capisci chi ti piace davvero e chi invece, insomma, anche no. Il viaggio, l’attesa, la stazione, i saluti prima di andare ognuno per la propria strada sono la prova del nove delle relazioni. E’ dimostrato.
IL MONDO: come è noto all’umanità da generazioni, confrontarsi con il mondo fa paura. Perché il mondo è bello e stronzo, complesso e meraviglioso e, soprattutto, meravigliosamente indipendente da noi. L’umanità che viaggia in treno, per me, è emblematica del mondo e di tutte le mie paranoie a proposito del rapporto da instaurare col suddetto Il mondo, come dicevo, sa essere tanto bello quanto brutto, e il treno ne è la prova.
Può capitare di sedersi di fronte alla classica coppia di signori di mezza età con camicia colorata aperta su petto villoso, che dicono suppergiù: “perché non è che io sia razzista…” “eh no! Però..” “Appunto! Però, bisogna mettere delle regole! Regole! Perché se no, qua, tutti questi stranieri…” “se no, qua, diventano troppi! Troppi! E poi dobbiamo fare come dicono loro!” “Appunto! Come dicono loro! E allora sì che divento razzista…”.
Oppure può capitare di sedersi vicino ad adorabili gruppi di quindicenni usciti da scuola che sparlano degli insegnanti e si raccontano una serie di meravigliose banalità, che sono poi quelle che messe tutte in fila una dopo l’altra fanno la vita di tutti quanti, me compresa.
Oppure, infinite altre combinazioni, più o meno interessanti e significative. Ad esempio, assai significativa era la fanciulla che si è seduta accanto a me oggi, e che mi ha dato materiale per una paranoia non ancora finita, che vi vado ad illustrare. Oggi, come credo di avere già detto, fa un caldo azzazzino sia dentro che fuori dai treni. Sul mio terzo treno, la situazione era particolarmente grave, da film neorealista estremo, o da pellicola sull’Algeria ai tempi delle rivolte contro i colonizzatori francesi. Il treno era affollato di gente che nel migliore dei casi dormiva, nel peggiore boccheggiava maledicendo i finestrini bloccati, coperta di sudore e stanchezza. Io, e con me l’intera popolazione trenistica, ero in uno stato che non vi racconto per pura pietà. A un certo punto, in mezzo a questo bel quadretto, si è materializzata la fanciulla di cui vi parlavo. Tutta vestita di color bianco/nocciola/champagne. Perfettamente in ordine, non un capello (castano chiaro, sfilato, sciolto, senza riga) fuori posto, con grandi occhiali da sole che non si è tolta per tutto il viaggio, truccata, pelle color vacanza-a-Cuba, munita di grande borsa marrone di marca (qui chi prende spesso i treni ha di sicuro già inquadrato il personaggio). E’ salita seguita dall’oooohhh di ammirazione dell’intero vagone, che si è sentito più brutto, indegnamente sbracato, sporco e puzzolente che mai (e vi assicuro che la consapevolezza del nostro generale abbruttimento era massiccia già prima dell’arrivo della fanciulla). Io, queste persone non so mai se ammirarle o temerle. Ammirarle per la loro capacità di essere sempre e comunque al di sopra della situazione, di mantenere sempre il perfetto controllo di ogni cosa anche di fronte agli ostacoli oggettivi, al caldo, alla stanchezza, alla borsa pesante, alla carenza di ossigeno. Temerle perché, suvvia, ogni tanto è anche bello pensare che non si è tenuti alla perfezione h24. Perché ogni tanto è anche bello pensare che il proprio vicino di sedile capirà che se stai fissando il vuoto da 20 minuti ininterrotti non è per forza perchè sei stupido ma magari perchè stai cercando di abituare in tuo corpo all’ipossia, o perché devi recuperare le forze dopo la corsa che hai fatto per non perdere il treno anche se il tuo autobus (che avevi preso proprio perché eri in ritardo) è rimasto bloccato nel traffico per un tempo inquantificabile. Ogni tanto fa anche piacere credere che sì, siamo tutti quanti sporchi, stanchi e puzzolenti, ma ci sopportiamo perché così è fatta l’esistenza: perché il mondo è ricolmo di persone che prima sono belle pulite e in ordine e poi si sporcano e si stancano e si spettinano, e partecipare di tutto questo significa solo che si sta giocando la stessa partita di tutti gli altri, con le stesse difficoltà e le stesse imperfezioni che sono toccate in sorte al resto dell’umanità, e che la cosa, in qualche maniera incredibile, riesce ad essere anche divertente.
Lo so cosa state pensando, perché è quello che sto pensando anch’io: che questa è tutta invidia. Un po’, ammetto, è sicuramente così. Invidio quella fanciulla scesa da un altro pianeta perché so che non sarò mai bella e precisa e in ordine come lei, e mi piacerebbe invece provare la sensazione, almeno per un po’. So di non esserne capace, e così continuo a correre da una parte all’altra con i capelli legati, la tracolla scrausa e piena all’inverosimile, i vestiti messi assieme come capita e la faccia di chi la mattina si è visto allo specchio e si è spaventato da solo. Sì, è vero: un pizzico di invidia per tanta perfezione non può non esserci. Ma, poi, mi dico che come io non appartengo al pianeta di quella fanciulla così lei non appartiene al mio. Mi dico che lei non sentirà mai di partecipare alla stessa partita di tutti quanti noi altri, e che in fondo non è poi così male sentirsi brutti stanchi e in compagnia, se l’alternativa è essere così maledettamente eterei e superiori.
Non so che dire. Il mio ego ha vacillato, e poi si è risaldato, consolato da queste bieche filosofie umanitaristiche. Fa bene riconoscere i propri limiti, anche su un treno. Fa bene riderci sopra, e ricadere felici nelle proprie mancanze.
Ero salita al Regno della Stampante munita di pazienza, pacco di fogli e buona disposizione d'animo. Ne sono scesa con un plico stampato di dimensioni cosmiche, scritto in una lingua solo parzialmente a me conosciuta, pieno di immagini la cui didascalia contiene parole di almeno 5 sillabe, e alquanto complicate da pronunciare. Adesso l'unica cosa che mi resta da fare è mettermi a imparare tutto su Paticcasamuppada, Madhyamaka, Rupasamadhi & so on. Sono scandalosamente in ritardo per il prossimo esame, ma proprio scandalosamente, questa volta. Vi farò sapere come va (oppure, anteponendo la pratica alla teoria, fuggirò direttamente in un monastero buddhista a cercare la via per Risvegliarmi).
Come avrete capito, questo non è proprio un periodo che inserirei nella top ten dei momenti indimenticabili della mia vita. Mi sembra che mi manchino delle cose, e che quelle che invece non mancano non funzionino granchè bene come compensazione. Sarà tutto un vizio del mio sguardo, non dico di no, ma mi sembra che ci siano ondate di opacità, di cose torbide, di nulla pesante che si levano sempre più alte tutto attorno a quello che conosco, e mi sembra di non riuscire ad esserne immune, sprovvista come sono di tutta quell'energia che servirebbe per contrastarle, per osservarle con occhio critico e positivo.
L'ho detto altrove e lo credo fermamente: le cose miglioreranno, prima o poi. Le luci si accendono e si spengono, le onde si spingono e si risucchiano, l'onda sonora è sinusoidale e funziona a picchi, quindi non c'è nulla da temere. Me lo ripeto in continuazione: è solo un momento, tutto tornerà.
Vorrei solo riuscire ad essere un pochino più Buddha (e qui si ritorna al mio esame polisillabico... quindi vado a studiare come si fa ad uscire da tutto questo).
Ripenso il tuo sorriso, ed è per me un'acqua limpida scorta per avventura tra le pietraie d'un greto, esiguo specchio in cui guardi un'ellera e i suoi corimbi; e su tutto l'abbraccio di un bianco cielo quieto.
Codesto è il mio ricordo; non saprei dire, o lontano, se dal tuo volto si esprime libera un'anima ingenua, vero tu sei dei raminghi che il male del mondo estenua e recano il loro soffrire con sé come un talismano.
Ma questo posso dirti, che la tua pensata effigie sommerge i crucci estrosi in un'ondata di calma, e che il tuo aspetto s'insinua nella memoria grigia schietto come la cima di una giovane palma...
Avevo scritto un bellissimo (vabbè, proprio bellissimo non so...lungo, vi garantisco, lo era senz'altro) post di commento a questa poesia, che a quanto ho capito (sono un po' stordita in questi giorni, l'avevate per caso notato?!?!) è uscita come traccia del tema di letteratura della maturità.
Il mio commentone se l'è mangiato Iobloggo, forse più saggio di me, e non credo di avere la forza di riscrivere tutto da capo. Tanto, a leggere la poesia si capisce perfettamente ogni cosa, e con molta più soddisfazione di quella che possiamo generare io e le mie ciance. Quindi, se volete un consiglio, leggetevela.
A me questo Montale qui ha decisamente migliorato la giornata. Non so dirvi quanto ho invidiato, mentre rispondevo alle domande del mio odierno esame di Informatica ("Che cos'è e quali sono le funzioni principali di un OPAC?", "Lo stemming è una procedura utile per l'indicizzazione?" "Cosa significa sistema binario?" e simili amenità) i ragazzi che potevano invece parlare di questa meraviglia, di questa meraviglia vera, così tenacemente attaccata a una speranza e insieme anche così sconfortata, così rassegnata al destino e alla sua ingiustizia. Non ho ancora capito quale delle due parti vinca sull'altra, in questa poesia: è incredibilmente ambivalente, e lo è perchè riesce a parlare di una cosa che ha molto a che fare con la vita vera, con lo stupore del non conoscersi a fondo e del non capire bene le proprie reazioni alle cose, con il conoscersi e il lasciarsi e il ricordarsi.
Insomma, amici miei, non so che dirvi: sarà il momento un po' così, saranno tante cose, ma questa poesia qui, oggi, mi ha riconciliato con un pezzo di me. E, in un impeto di pazzia egocentrica, mi ha anche fatto pensare che pure a Montale, in fondo, non sarebbe diaspiaciuto mettersi in cerchio a cantare per un po' la danza del serpente (che, in fondo, è un bel pensiero, anche se forse non proprio adatto al tema della maturità. Però...).
Questo blog (e la sua autrice) sono molto interessati a sapere cosa pensa chi passa di qui. Chi vuole lasciare un commento (non per forza positivo) è benvenutissimo!